Giustizia e Pace al tempo delle Crisi – Forum Nazionale per la Pace – 8/10 giugno 2012 – Roma

Gianmarco Pisa:

“Cari/e amici ed amiche del Segretariato di Forum,
raccolgo con piacere le sollecitazioni contenute nella vostra recente mail e mi unisco alla felicità sin qui espressa per l’alto numero dei partecipanti e l’ottima risposta da parte delle organizzazioni di società civile. Faccio seguito dunque alla vostra comunicazione, inoltrandovi il testo di un mio contributo di riflessione e di proposta per i lavori di forum, che rispetta i criteri tematici e redazionali posti e che rilancia alcune opzioni che ritengo e riteniamo, come operatori di pace, opportuno e necessario fare vivere nei lavori dell’assise romana. All’interno del documento, in linea con il suo contenuto e il nostro back-ground, trovate anche l’indicazione della mia pre-iscrizione al GdL n. 2.
In attesa di vostre, un caro abbraccio e un buon weekend,
Gianmarco Pisa”

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Recuperare le Occasioni Perdute

Gianmarco Pisa > Gruppo di Lavoro 2: Quale contributo da chi vuole la pace?

Presidente “Operatori di Pace – Campania” ONLUS: www.operatoripacecampania.it

Segretario “IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) – Rete CCP (Corpi Civili di Pace)”: www.reteccp.org

Che vuol dire «costruire la pace» quando impazzano tutte le crisi del mondo: finanziaria, sociale, politica, economica, ambientale, morale? Quale contributo può venire da chi vuole la pace? Qual è il ruolo delle associazioni, dei movimenti e degli enti locali? Come si lavora per la pace nelle nostre città? Come si difendono i diritti umani? Che significa scegliere la nonviolenza per cambiare la società? Come si rafforza la cultura del disarmo? Come definire un’economia di giustizia? Come si interviene sui conflitti ambientali? Comerispondiamo alle crisiinternazionali mentre ci si preoccupa solodiquelleinterne? Chefinestafacendolasolidarietàinternazionale? Come si rifonda l’impegno per la pace dell’Italia?

***

Come impatta la crisi strutturale del sistema capitalistico e finanziario sulle politiche di pace e i processi di costruzione della «pace positiva» può essere sintetizzato in tre punti:

1. un grave ripensamento democratico: immaginare di sostituire alla libera scelta democratica una vigenza “tecnica” o “tecnocratica” di mera “gestione della crisi” adombra l’insofferenza per la democrazia reale da parte delle elite e dei centri del potere economico e finanziario internazionale,

2. una mortificazione degli spazi di socialità: contenere le proteste che si stanno registrando in Europa, sia delle forze sociali tradizionali, sia dei nuovi movimenti in stile «Occupy 2.0», con la mera repressione di polizia rappresenta un’opzione inquietante di comando e controllo sicuritario,

3. una rifunzionalizzazione della spesa, anche militare: lungi dal rappresentare una riduzione, per non parlare poi di ridefinizione, del modello di difesa, l’insieme delle spese militari va persino ad ampliarsi, con la ri-organizzazione del personale militare e l’impegno per nuovi sistemi d’arma.

Ai motivi di ordine strutturale, si aggiungono, come sempre, i motivi di ordine culturale, cosicché, con Galtung, il codice della violenza strutturale si interseca al codice della violenza culturale per determinare i presupposti di nuove legittimazioni e – in prospettiva – nuove escalazioni della violenza. I media, pertanto, anziché puntare il dito contro le motivazioni autentiche e le ragioni strutturali di tali politiche, sollevano campagne che somigliano a polveroni, dall’anti-partitismo alla riduzione dei costi della politica, laddovebenaltri costi riservano ai cittadini italiani ed europei la riduzione degli spazi di democrazia e le spese aggiuntive del nuovo modello di «smart-defense» proposto dal recente vertice della N.A.T.O. a Chicago (20 Maggio 2012). La crisi economica viene così strumentalmente utilizzata per una vera ri-funzionalizzazione delle risorse scarse: riduzione dei fondi della cooperazione, della solidarietà e del peace-keeping civile, miglioramento della spesa per risorse, strumenti e dispositivi militari sempre più integrati, sofisticati ed efficienti.

Riprendiamo Galtung, allora. Alla violenza strutturale andrebbe risposto con il rovesciamento del codice e delle risorse che lo sostengono e quindi lavorare per una economia di giustizia, a partire dalla denuncia dell’esistente:come la Finmeccanica si vada sempre meglio configurando quale centrale dell’apparato militare – industriale italiano in perfetta sintonia con il programma di scudo stellare a stelle e strisce; come al territorio italiano si riservi, a partire da Sigonella, un’ennesima stagione di dislocazioni e servitù militari; e come la politica e il sindacato possano e debbano assumere consapevolezza del fenomeno e lavorare per una nuova promozione sociale di pace, giustizia e nonviolenza. Alla violenza culturale andrebbe risposto con mobilitazioni e campagne, con la moltiplicazione e l’organizzazione delle risorse molecolari esistenti – becoming media – e con la realizzazione e diffusione di iniziative di conoscenza coordinate sui nostri territori.

Denuncia e protesta da accompagnare a proposte e soluzioni. Il prossimo Forum Nazionale della Cooperazione allo Sviluppo che si terrà a Milano nel Settembre 2012 su iniziativa del Ministero per la Cooperazione e l’Integrazione dovrà interrogarsi sulla riforma della cooperazione italiana, sul riconoscimento delle azioni civili di pace poste in essere dalla società civile, sul rilancio di una interlocuzione stabile tra società civile ed istituzioni governative per il riconoscimento degli interventi, dei servizi e dei corpi civili di pace. È giunto il momento di assicurare alle realtà riconosciute ed ai professionisti titolati del peace-keeping civile non armato e nonviolento lo spazio per vedere affermato nel peace-building un attore cruciale della politica internazionale del Paese nel suo complesso, non solo della cooperazione governativa ma specificamente delle forze italiane di società civile, valorizzandone il contributo, la professionalità e l’autonomia. Si è ormai accumulato fin troppo ritardo nel riconoscimento della figura professionale dell’operatore di pace, nella definizione normativa dei Corpi Civili di Pace, nella netta distinzione tra l’ambito civile e l’ambito militare della gestione delle crisi internazionali e negli interventi in aree di conflitto.

A maggior ragione in tempi di crisi e dopo Chicago. È più che mai tempo di recuperare le occasioni perdute.

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