Giustizia e Pace al tempo delle Crisi – Forum Nazionale per la Pace – 8/10 giugno 2012 – Roma

Archivio per giugno, 2012

Le visite al sito – Provenienze geografiche – 11 giugno 2012

Le visite al sito Paese per Paese (dati aggiornati alle 10 dell’11 giugno 2012):

Nazione Visualizzazioni
Italy FlagItaly 9.841
Portugal FlagPortugal 120
United States FlagUnited States 24
United Kingdom FlagUnited Kingdom 21
Serbia FlagSerbia 15
Germany FlagGermany 9
Spain FlagSpain 9
Austria FlagAustria 8
France FlagFrance 8
Netherlands FlagNetherlands 8
Sweden FlagSweden 4
India FlagIndia 4
Nepal FlagNepal 4
Holy See (Vatican City State) FlagVatican City 3
Switzerland FlagSwitzerland 3
Bosnia and Herzegovina FlagBosnia and Herzegovina 3
Montenegro FlagMontenegro 3
Iraq FlagIraq 2
Israel FlagIsrael 2
Argentina FlagArgentina 2
Lebanon FlagLebanon 2
Colombia FlagColombia 1
Turkey FlagTurkey 1
Belgium FlagBelgium 1
Tanzania, United Republic of FlagUnited Republic of Tanzania 1
Algeria FlagAlgeria 1
Lithuania FlagLithuania 1
Peru FlagPeru 1
Tunisia FlagTunisia 1

Contributo Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese – Patrizia Cecconi

7) Come rispondiamo alle crisi internazionali mentre ci si preoccupa solo di quelle interne? Che fine sta facendo la solidarietà internazionale? Come si rifonda l’impegno per la pace dell’Italia?

Veniamo a parlare di “Giustizia e pace al tempo della crisi” sì,  ma non possiamo dimenticare che il deficit di giustizia e di pace, a livello internazionale, purtroppo lo attraversa il tempo della crisi, lo anticipa e, quasi certamente, lo seguirà.
Malgrado ciò non si può non agire. Proprio per questo né io personalmente, né l’Associazione che rappresento, amiamo essere definiti “pacifisti”, quanto piuttosto “attivisti per la pace”, dato che ogni nostra attività è un “agire”.
Nella regione del mondo alla quale dedichiamo in modo peculiare il nostro lavoro, cioè la Palestina,   agire significa sostenere la resistenza all’ingiustizia e alla violenza quotidiana che non trova sanzioni e che, quindi, impunita, si perpetua. Non trova sanzioni perché troppi interessi vanno a intrecciarsi con la violazione dei diritti umani, favorendo un circolo vizioso che indebolisce i principi di democrazia, rendendoli enunciazioni vuote e in contrasto con la realtà vissuta fatta di soprusi, violenza e umiliazioni. E ciò che è parimenti grave è che questa assenza di sanzioni affievolisce la percezione delle lesioni alla democrazia anche nei paesi non interessati, almeno non direttamente, alle violazioni stesse.
Dato che la politica nazionale può essere virtuosa o viziosa anche in funzione al suo rapportarsi alle cause straniere, e dato che la finanza globale incide sulle scelte politiche, basta un occhio appena appena attento per vedere che da decenni si pratica la falsificazione del concetto di legalità, che a ben guardare si discosta troppo spesso da quello di legittimità, unica garanzia perché la legalità rappresenti un ostacolo alla sopraffazione.
Se puntiamo il focus sul nostro paese è facile constatare che, mentre si sostengono spese militari scandalose, la crisi economica e finanziaria diventa alibi e bavaglio contro qualunque richiesta di giustizia sociale.
Com’è possibile che questo avvenga suscitando come risposta solo un diffuso malcontento o poco più di un borbottio da bar?  A mio avviso è possibile perché il dominio dell’informazione porta all’ottundimento della consapevolezza.
Vero è che l’articolo 21 della nostra Costituzione vieta ogni forma di censura, ma l’autocensura non è contemplata, e basta mettere a confronto fonti originarie e articoli di stampa o tv per capire che la manipolazione – fatta di giusta miscela tra il detto, il non detto e il detto male – è l’alleato più importante per l’addomesticamento dell’opinione pubblica.   
Quanti italiani sanno che il nostro paese sostiene spese per finanziare la ricerca – cosiddetta – scientifica di paesi in armi, tra cui Israele, che la ricerca scientifica ha saputo brillantemente applicarla alla produzione di strumenti bellici raffinatissimi ?  Quanti italiani sanno che questo è una violazione al principio contenuto nell’art. 11 della Costituzione?
Così, in modo poco appariscente, si sostengono le guerre invece che sostenere quei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” enunciati nell’art. 2 della Costituzione. Non solo, ma dirottando i fondi verso questi paesi si vìola, oltre allo spirito dell’art. 11,  anche l’art. 4 della Costituzione perché non si promuovono “le condizioni che rendono effettivo” il diritto al lavoro.
A noi cittadini vengono chiesti gli euro di solidarietà per aiutare le vittime di qualche calamità, dopo che i nostri “euri”, prelevati dalle imposte,  sono stati tutti usati… in armi. Possiamo dire che l’ode aperta alla guerra è stata sostituita  da una cultura bellicista subdola e ancor più pericolosa, e sarebbe opportuno portare a riflettere sul fatto che la distruzione dello stato sociale è già di per sé cultura bellicista perché sostituisce la solidarietà con la competizione. E in tutto questo, venendo meno la solidarietà nazionale, a maggior ragione viene meno anche quella internazionale, confusa mediaticamente con melense quanto ipocrite beneficenze di massa.
Ma allora, come rifondare l’impegno per la pace dell’Italia? Intanto, considerando che ovunque esistano armati e inermi in conflitto tra loro, la disparità non può che essere violenza e, più in generale, violazione continua dei diritti umani; quindi foraggiare la parte armata non può MAI, in nessun caso, essere spacciato per percorso di pace.
Partendo dall’affermazione ormai indiscutibile che non c’è pace senza giustizia, si tratta di capire come, con quali mezzi non violenti, si può far rientrare nell’alveo della  giustizia chi ha la forza e l’arroganza per ignorarla. Prendendo a paradigma la regione in cui noi operiamo e le violazioni del diritto universale e della legalità internazionale che da decenni vengono impunemente commesse, possiamo dire che una soluzione giusta sarebbe un’indicazione positiva per il mondo, così come il sostegno attuale al governo di Israele rappresenta l’esatto contrario. Farsi protagonisti della solidarietà, affinché si interrompano gli abusi, è la strada che porta dalle parole di pace alle azioni di pace.
Ma oltre il caso specifico, come rifondare l’impegno per la pace in senso più ampio? Non può essere un dovere, per chi non lo sente già come tale, non funzionerebbe. Un obiettivo che insieme dovremmo raggiungere, a mio avviso, sarebbe quello di “affascinare alla pace”.  La pace nella giustizia, non come compito da eseguire, ma come  passione da trasmettere. Essere affascinati dall’agire per la pace sarebbe una anticorpo tanto potente da sconfiggere ogni virus proveniente dalle emanazioni funeste di Fmi, Fr, Bce e simili.
                                        Patrizia Cecconi
                                            Presidente
                    Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese

Contributo Patrizia Cecconi – Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese in formato pdf

Contributo Piero Maestri – redazione Guerre&Pace; portavoce Sinistra Critica

Per Stefano

Nella notte tra il 3 e il 4 giugno è morto a Samarate Stefano Ferrario.

Stefano era un instancabile e tenace attivista contro la guerra e soprattutto contro le politiche che la rendono possibile. Dal territorio varesino in cui viveva, metteva al centro del suo impegno la necessità dell’obiezione di coscienza e della riconversione dell’industria bellica.

La sua moralità e la sua radicalità politica lo rendevano profondamente critico sui limiti e sulle battaglie non fatte dal movimento pacifista.

A lui voglio dedicare queste righe….

Non potendo essere presente al Forum – e ringrazio Alessandra e Riccardo per il gentile invito – provo a farvi partecipi di queste mie riflessioni, sicuramente non «corrette» e gentili….

 

Che fine ha fatto il movimento pacifista in Italia?

Questa dovrebbe essere probabilmente la prima domanda a cui rispondere nell’affrontare la riflessione sulla possibile «costruzione della pace”.

Naturalmente ognuna/o intende cose diverse quando parla di movimento pacifista.

Per quanto mi riguarda voglio riferirmi al movimento contro la guerra, quello delle mobilitazioni per fermare le guerre reali e presenti che il nostro paese stava (e sta) combattendo, e per fermare le politiche che sono parte di quelle stesse guerre: riarmo, spese militari, produzione bellica, accordi militari con altre potenze, alleanza militari, basi militari e così via…

E’ evidente che quella mobilitazione e il movimento che la rendeva forte e ampia in tutto il paese sono stati sconfitti e non riescono oggi a rappresentare un punto di vista e una forza politica.

 

Questa «sconfitta» viene da lontano ed è iscritta nelle diverse strategie che nel movimento si sono viste (e a volte affrontate, purtroppo troppo poco in maniera chiara e trasparente).

Divisioni e differenze erano già presenti nella primavera del 1991, quando -alla fine dei bombardamenti sull’Iraq – la tensione calava, perché la guerra non avrebbe mai raggiunto il nostro paese e perché alla possibile diffusione delle mobilitazioni si sovrappongono le dinamiche – usuali ma non per questo meno fastidiose e dannose – di quelle associazioni che vogliono ricondurre il movimento alle loro logiche, collaterali alla “sinistra” educata e moderata.
Al momento dell’attacco di terra a metà febbraio le mobilitazioni furono scarse e la seconda manifestazione nazionale, programmata per il 9 marzo, fu annullata causa “fine della guerra”: come scrive Fabio Alberti, “nonostante alcuni di noi insistettero… che la guerra non era finita, che si era aperta una nuova fase e che era necessario mantenere la mobilitazione, prevalse la decisione di annullare. Credevo allora, e credo ancora oggi, che quello sia stato un errore e che ci siano voluti dieci anni a recuperare…” (1).
Quelle stesse differenze si sono decisamente riaffacciate quando le associazioni “collaterali” ad un centrosinistra in formazione – con lo scioglimento del Pci e la nascita del Pds – attente a rendere le questioni poste dal movimento compatibili con i limiti dei loro referenti politici (e finanziatori senza i quali non sarebbero esistite), si inventavano petizioni generiche e campagne di pressione ai candidati al parlamento affinché sottoscrivessero un impegno “pacifista” – campagne che negli anni successive mostrarono la loro inutilità e ipocrisia, quando i firmatari di tale impegno bombardarono Belgrado…

E si sono riaffacciate nell’assenza di una seria iniziativa contro l’embargo all’Iraq e i progetti di quel “nuovo modello di difesa” che avrebbe cambiato la politica militare italiana;

 

Anche nel momento importante e positivo dell’opposizione alla “guerra umanitaria” di D’Alema contro Belgrado – quando un’area molto larga di associazionismo e del movimento seppe opporsi e manifestare contro la guerra e il suo proseguimento nell’operazione “Arcobaleno”, creando un tessuto importante di relazioni che si consolidò al momento della nascita dei Social forum – questo non impedì ai dirigenti della Tavola della pace di invitare alla successiva marcia Perugia-Assisi il bombardiere D’Alema per “ricucire lo strappo del Kosovo”, invece di denunciare e opporsi alle politiche di guerra di quel centrosinistra che riproporrà questa sua caratteristica genetica in occasione delle votazioni a favore delle missioni di guerra (fosse all’opposizione o al governo).

Il colpo finale venne qualche anno dopo l’apogeo della mobilitazione contro la guerra tra il 2002 e il 2005, con la crisi di questo stesso movimento. Una crisi che nasce da differenti ragioni: la scarsa “efficacia” e la difficoltà di incidere davvero sulle scelte politiche (anche per la mancata saldatura tra lotta per la pace e lotta sociale); la crescita esponenziale dei disastri delle guerre che hanno fatto crescere la sensazione di impotenza di molte persone; la speranza nel possibile cambiamento che poteva portare il governo Prodi, speranza frustrata immediatamente con la definitiva rottura di legami e relazioni nel movimento (simbolo di questo su la “piazza senza popolo” del giugno 2006 a Roma contro la visita di Bush del pacifismo collaterale, mentre migliaia di persone partecipavano alla manifestazione organizzata da sinistra e pacifismo radicale).

E fu la vicenda afghana a mettere definitivamente a nudo i limiti e le miserie del pacifismo nostrano.

La questione dell’intervento in Afghanistan tornò prepotentemente nell’agenda politica e nell’attenzione del movimento con la vittoria elettorale del centrosinistra nel 2006.

La coalizione che porterà al governo anche la sinistra radicale aveva nel suo programma il ritiro dall’Iraq (che avvenne, a parte il mantenimento del ruolo di addestramento dell’esercito iracheno), ma nulla sull’Afghanistan, perché questo avrebbe reso impossibile un programma comune.

Al momento del rifinanziamento della missione – nel luglio 2006 – i nodi vengono al pettine: una parte di deputati e senatori della sinistra cercherà una sponda nel movimento per non votare le missioni. Due grandi assemblee a Roma e Genova renderanno chiaro che su quel terreno si verificava una spaccatura già dentro il movimento, tra coloro disposti ad arrivare fino in fondo (“senza se e senza ma”) per ribadire anche l’autonomia del movimento stesso, e chi riteneva la possibile rottura del governo Prodi una iattura troppo forte per rischiarla con un voto contrario alle missioni.

La mediazione che spostava di sei mesi una proposta alternativa salvava la maggioranza ma si rivelava un escamotage ipocrita e senza futuro e provocava una frattura nel movimento mai più sanata.
I primi mesi del 2007 vedranno così una prima rottura della maggioranza (e proprio sulla politica estera e militare) e una ripresa di iniziativa del movimento contro la guerra: il 17 marzo con una manifestazione nazionale per il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e da tutti i fronti di guerra, indetta solamente da una parte del movimento, e poi con le mobilitazioni contro la base di Vicenza e il 9 giugno con una grande manifestazione in occasione della vista di Bush (che vedrà una partecipazione di massa al corteo della parte più “radicale” del movimento, e una Piazza del Popolo organizzata dalla parte più legata alle mediazioni di governo praticamente vuota).

Ma quelle iniziative non rappresenteranno un rilancio del movimento contro la guerra e insieme una maggiore attenzione all’intervento in Afghanistan.

Da quel momento saranno solo iniziative locali e il lavoro costante di informazione e di relazione di poche associazioni a mantenere viva l’attenzione sulla situazione in Afghanistan.

 

In sostanza, so che a molti sembrerà schematico, un movimento contro la guerra incapace di essere ALLO STESSO TEMPO radicale, unitario e indipendente (dai collateralismi dei riferimenti politico-parlamentari) non potrà mai essere davvero efficace e vincente.

Chiariamo: non sono così ingenuo e/o arrogante da pensare che la «Tavola per la Pace» sia la sola responsabile delle sconfitte e della crisi del movimento contro la guerra. Vi sono naturalmente ragioni per così dire «strutturali», legate alla militarizzazione globale, all’instaurarsi di una crisi mondiale che sta ridisegnando poteri e diritti e così via.

Allo stesso tempo ci sono errori fatti da tutte/i noi a diversi livelli di responsabilità – che non abbiamo saputo consolidare le esperienze più alte (non solo di mobilitazione di piazza, ma anche di comitati sul territorio, pensiamo al No Dal Molin, o alle reti per la riconversione…).

Così come è evidente che, quasi specularmente alla moderazione della Tavola, sono state dannose posizioni settarie dichiaratamente «antimperialiste» presenti nel movimento.

Ma pesa soprattutto la pessima esperienza vissuta di fronte al «governo amico” e all’incapacità di tenere alta la mobilitazione contro l’intervento in Afghanistan, e contro tutte le «riforme” delle politiche militari approvate anche dal centrosinistra (che le condivide, vedi la coppia Forcieri/Pinotti…) e a volte anche dalla sinistra (la firma sugli F35 è avvenuta con la «sinistra radicale” al governo…)

Insomma, se la forza del movimento è stato il binomio «Unità e radicalità» – al quale va sempre messo insieme il valore dell’autonomia, dal quadro politico e dai partiti di «riferimento» – quel binomio si è scisso da tempo, e mi pare improbabile pensare di ricostruirlo oggi con i soggetti presenti.

Siamo tutte/i disponibili alla radicalità» richiesta dal momento: ritiro da tutte le missioni militari, taglio verticale delle spese militari, disarmo delle forze armate (scusate il gioco di parole), riconversione delle industrie belliche?

Siamo tutte/i decise/i a salvaguardare una reale «autonomia» dal quadro politico? Lo sono anche quei soggetti che vivono grazie al sostegno politico e finanziario degli stessi partiti responsabili delle politiche di guerra e dei crimini italiani nel mondo (PD in primis)?

Non ne sono purtroppo molto convinto….

 

Senza questa riflessione critica e autocritica, penso sia difficile provare a rispondere davvero alle domande profonde e difficili che questo «Forum» si pone.

Costruire la pace oggi, in questa crisi globale, significa riconnettere le politiche di guerra alle dinamiche e alle responsabilità stesse della crisi.

E’ ormai evidente che questa crisi è il risultato di un sistema capitalista che ha scelto la via del profitto finanziario e speculativo e quella interconnessa dell’aumento dello sfruttamento a livello planetario.

Questo sfruttamento può essere mantenuto solamente attraverso un progressivo svuotamento della partecipazione democratica e dei diritti di donne e uomini, e per poterlo fare non è secondario lo strumento militare, interno ed esterno agli stati: quindi repressione e guerra – guerra contro i popoli.

Battersi per un mondo senza guerre e senza repressione militare significa stare dalla parte degli oppressi nei loro percorsi di liberazione e sostenere con forza e con passione le dinamiche che in tutto il mondo nascono per questa liberazione. Le rivoluzioni arabe cominciate un anno e mezzo fa sono un segnale fondamentale di questa «rivolta globale».

In questa crisi costruire la pace significa costruire la giustizia sociale. E il primo punto passa dal rifiuto delle politiche di gestione della crisi che ci vogliono imporre: rifiuto del pagamento del debito pubblico, per farlo pagare a banche, finanze e chi ha vissuto e prosperato negli ultimi 30 anni – tra cui i bilanci militari e il «complesso militare-industriale».

Per questo credo che il primo punto all’ordine del giorno sia proprio l’abbattimento della spesa militare e la riconversione in spesa sociale.

Un impegno che deve partire da una rinnovata «mobilitazione» contro la guerra – che non significa solamente cortei, ma anche attivismo diffuso e capillare perché tutti i soggetti che davvero vogliono una politica di pace si sottraggano alle politiche di guerra: che senso ha che ci siano Enti locali «per la pace» che sostengono progetti del governo israeliano? o, più vicino a noi, rendano possibili gli insediamenti militari e le infrastrutture belliche?

Anche le istituzioni locali possono essere parte della rottura del sistema bellico, se davvero lo vogliono rompere però, non con l’istituzione di «assessorati per la pace» che non si pongono mai in contrasto con le scelte fondamentali di riarmo (e di militarizzazione del territorio).

Mi fermo qui. So di essere stato fastidioso e poco «propositivo». Spero e vi auguro con tutto il cuore che i lavori di questo Forum possano aprire un cammino nuovo al movimento contro le guerre.

Per quanto mi riguarda proverò ancora a fare la mia parte.

Un abbraccio, Piero Maestri – redazione Guerre&Pace; portavoce Sinistra Critica

Contributo del Movimento Internazionale della Riconciliazione (MIR)

CONTRIBUTO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR)

Ci sono alcuni settori che a mio avviso hanno prospettive di sviluppo positive ed efficaci e sulle quali il Movimento Pacifista potrebbe lavorare conseguendo risultati significativi e di soddisfazione per chi vi si impegna:

l’educazione

Dopo la conclusione del “Decennio 2001-2010 per l’educazione alla pace ed alla nonviolenza per i bambini del mondo” proclamato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che ha visto il conseguimento di alcuni risultati molto significativi questo ambito resta di grande attualità, primo far tutti la Direttiva emanata dal Ministro Fioroni sull’educazione alla pace nelle scuole.

Il rinnovato Comitato italiano per l’educazione alla pace ed ala nonviolenza è uno strumento che può essere efficace nel coordinare e dare visibilità alle iniziative educative in ambito pace/nonviolenza (www.decennio.org). La prospettiva di avvicinare le giovani generazioni ai temi della nonviolenza e della pace in percorsi strutturati e formali come quelli scolastici va senz’altro valorizzata per tutte le sue potenzialità nel futuro.

L’impegno contro le guerre, gli eserciti e la critica alle spese militari

Dalla campagna per l’obiezione di coscienza e la scelta del servizio civile alternativo per costruire una difesa diversa dello stato deriva oggi al lotta contro le mine. Le armi leggere, gli F35 le banche coinvolte nel commercio delle armi. Dalla semplice avversione della guerra alla creazione delle alternative concrete allo strapotere della finanza che arma le fabbriche d’armi. L’impegno a sostenere Banca popolare Etica come strumento per lottare contro le guerre e contro il sistema finanziario che uccide.

Un nuovo modello di società

E’ partire dal modello di società che vogliamo che si individua, si delinea e si struttura lo strumento militare.

Il movimento degli indignados e i movimenti di protesta sociale non sono che la manifestazione evidente di un disagio sociale profondo a cui il sistema cerca di dare le solite risposte: tassi di crescita, aumento del PIL, maggiori consumi. Forse questa crisi che viviamo da anni avvicinerà il grande pubblico a quella ormai improcrastinabile esigenza di attuare modelli di sviluppo alternativi che vadano nel senso della decrescita, del contenimento dei consumi, del riorientamento verso modelli produttivi meno energivori, verso l’utilizzo di energie rinnovabili.

Ecumenismo

Le parole d’ordine “Giustizia, pace, salvaguardia del creato” proprie del processo conciliare che ha avvicinato negli anni le diverse denominazioni cristiane in un unico movimento di ricerca, sono al tempo stesso anche fine e progettualità quotidiana di alcuni dei movimenti presenti all’assemblea di Roma.

Le sfide che il mondo ci sottopone (dalla gestione delle risorse del pianeta a quella dei conflitti tra Stati e la riconciliazione all’interno di ciascuno di essi, la costruzione e difesa dei diritti umani nei quattro angoli del pianeta insieme alla ricerca costante di un modello di sviluppo sostenibile) non perdono mai il carattere di urgenza rappresentando anche la radice fondamentale di ogni tradizione cristiana. L’apporto di riflessione di ricchezza presente nei movimenti di ispirazione religiosa può essere un valore aggiunto all’impegno pacifista e nonviolento.

Come agire?

La proposta qualificante che il MIR italiano ha lanciato alle altre organizzazioni dell’area nonviolenta è quella di camminare assieme verso una costituente nonviolenta. E’ una proposta importante perché può rafforzare l’efficacia, la visibilità e la capacità di agire della nonviolenza in Italia. E’ una proposta difficile per il particolarismo tipico degli Italiani e in particolare per le gelosie/rivalità dei nonviolenti italiani. Ma e una proposta che aprirebbe delle interessanti prospettive di lavoro comune e coordinato.

PER UNA COSTITUENTE/ASSISE NONVIOLENTA: UN PRIMO PROGETTO DI LAVORO

Premesse

  • Il movimento degli indignados,
  • il successo ed allo stesso tempo i limiti della marcia Perugia Assisi,
  • lo sconforto di fronte alle varie crisi: economica, ecologica, valoriale ed il bisogno di nuova visibilità/riconoscimento
  • Il successo delle rivoluzioni arabe
  • Il riconoscimento mondiale della nonviolenza fatto con la consegna dei premi Nobel 2011 a 3 donne che hanno agito nonviolentemente

Sono le premesse per avviare un movimento che porti ad una Costituente/Assise (chiamiamola come si vuole) dell’area che si riconosce (anche solo in parte) nella nonviolenza in Italia

Scopi della Costituente/Assise:

  • individuare due o tre campagne unificanti che coinvolgano tutti fino al conseguimento dell’obiettivo (o di alcuni obiettivi minimi) di ciascuna campagna
  • dare visibilità all’area nonviolenta
  • Diffondere la cultura della nonviolenza
  • Diffondere i metodi di lotta nonviolenta
  • Creare un coordinamento/una struttura stabile-

Individuare 10 aree tematiche su cui chiamare le persone, i movimenti e le altre organizzazioni a confrontarsi

10 aree possibili:

  1. cultura della nonviolenza
  2. stili di vita personali: verso una società della decrescita/sobrietà
  3. stili di vita collettivi: per una ecologia della gioia e del divertimento
  4. modello di sviluppo: verso una società ecologica
  5. modello di sviluppo: per una critica dell’economia politica
  6. campagne: dalle mille campagne locali alla individuazione di due o tre campagne nazionali/internazionali unificanti
  7. tattica e strategia: gli obiettivi, le tappe ed i tempi di una campagna nonviolenta
  8. rapporti dei movimenti con la politica e il sistema dei partiti
  9. nonviolenza spiritualità e religioni

Tappe di avvicinamento

  1. Stendere il documento preparatorio (questo che avete in mano non è il documento preparatorio ma un progetto di lavoro) che contenga le premesse ed alcuni stimoli per ciascuna area
  2. Far circolare ampiamente il documento preparatorio presso le altre organizzazioni delle varie aree: pacifista, nonviolenta, cattolica, antagonista compreso il movimento degli indignados.
  3. Creare un dibattito nazionale che sviluppi gli stimoli e le analisi per ogni area individuata
  4. Individuare degli esperiti coordinatori (10, uno per area) che seguano il lavoro preparatorio di quell’area
  5. Possibilmente creare degli appuntamenti sparsi per il territorio che trattino una singola area per volta per avere degli approfondimenti

Momento conclusivo

Una assemblea di almeno due giorni in cui il confronto possa essere interessante ed abbastanza approfondito: soprattutto che le conclusioni siano condivise da un’area ampia (ci saranno sempre gli scontenti e quelli che vogliono il loro “attimo di visibilità” come diceva Andy Warhol)

CONTRIBUTO DEL MOVIMENTO INTERNAZIONALE DELLA RICONCILIAZIONE (MIR) in formato pdf

Né capitalismo né socialismo: eclettismo – Johan Galtung

 

Né capitalismo né socialismo: eclettismo – Johan Galtung

giugno 1, 2012

 

Pensando ad alta voce: abbiamo bisogno di tutte le buone idee per combattere questa doppia crisi economica: la crescente crisi della miseria in basso, ora anche nei paesi ricchi dell’ occidente, e la crescente crisi sistemica, che colpisce anche questi paesi; ma entrambe sono ovunque. Pertanto, queste sono delle note per l’epilogo di un prossimo libro, Peace Economics, su come superare la flagrante violenza strutturale nella crisi della miseria, e la minaccia della violenza diretta, non solo quella del terrorismo e del terrorismo di stato, ma una grande guerra mondiale per far uscire l’Occidente dalla crisi sistemica, come la seconda guerra mondiale la portò fuori dalla grande depressione.

Alla radice c’è la diseguaglianza e un discorso sulla diseguaglianza con idee come un tetto massimo e una soglia minima per ridurre la diseguaglianza economica, sollevando chi sta in basso mediante le comuntà come unità, ponendo dei limiti al benessere materiale, e riducendo il rapporto tra i salari degli amministratori delegati e i dipendenti al di sotto di un fattore 10 (oggi è nell’ordine delle centinaia). E ovviamente, gli Obiettivi di sviluppo del Millennio, ottimi, ma impossibili da raggiungere nell’attuale sistema.

Questo presuppone meno diseguaglianza militare orientandoci verso una maggiore risoluzione del conflitto e più nonviolenza, negativa e positiva; meno diseguaglianza culturale attraverso maggior dialogo e apprendimento mutuo; meno diseguaglianza politica attraverso più democrazia, sia locale sia globale.

Anche piccoli passi nella giusta direzione possono fare grosse differenze.

Ma questo è solo lo sfondo di un discorso sulla crisi economica, che deve aprirsi a una minore monetizzazione, al baratto (come i cicli carne-petrolio-salute), e forme di lavoro, scambiando servizi sulla base di un’ora di lavoro per un’altra ora di lavoro. Più globalizzazione equa insieme a maggiore localizzazione, più cooperative pubbliche e pubbliche-private, meno potere agli azionisti, più processi decisionali capitale-amministratori delegati-amministrazione-lavoratori-fornitori-acquirenti-comunità-natura, meno produttività del lavoro, trasformare gli economisti in generalisti anche con capacità sociali e umane; e meno interventi militari per proteggere economie insostenibili.

Poi c’è un discorso assiomatico, cambiare l’attuale economicismo da economia che uccide a una futura economia della vita, con postulati come i seguenti:

Natura-Umanità-Società-Mondo-Tempo-Cultura-Mercato sono indivisibili

Bisogni umani fondamentali per tutti implica limiti più bassi per l’economia

Più transazioni eque per ridurre le diseguaglianze

Sinergia tra Natura-Umanità-Società-Mondo-Tempo-Cultura-Mercato

Un mondo finito implica limiti superiori alla crescita economica

Trascendenza creativa per la risoluzione dei conflitti

Un altro mondo migliore per la dignità umana è possibile

E questo si traduce in un discorso su ciclo economico della natura-produzione-consumo:

Conditio sine qua non, riproduzione della Natura

Ragion d’essere, soddisfare i bisogni della vita umana

I cicli dovrebbero essere ampliati, globalizzati, per superare le linee di faglia, ma solo se i termini dello scambio sono equi

I cicli dovrebbero essere contratti, localizzati, per una mggiore conoscenza e controllo, sostenibilità ed equità, su scala umana.

I cicli dovrebbero essere più veloci, accelerati per fornire prodotti per il sostentamento dei nodi. La moneta deve circolare.

I cicli dovrebbero essere più lenti, decelerati per poterli conoscere e controllare.

I cicli dovrebbero essere inclusivi ed equi, attraverso le linee di faglia

Per essere più equa la natura dovrebbe essere aiutata, non solo non danneggiata

I consumatori dovrebbero pagare per i prodotti in modo tale che produttori e consumatori possano godere dello stesso livello di vita

In generale il legame con i cicli dovrebbe essere il più diretto possibile:

* Rapporto diretto natura-produzione spostando la produzione verso la natura;

* Rapporto diretto produzione-consumo commercio equo, punti di vendita in forma cooperativa;

Rapporto diretto natura-consumo:

** nello spazio privato usando di più i giardini per l’agricoltura, piantando cereali, vegetali, frutta da alberi e da arbusti

** nello spazio pubblico, piantando specie commestibili nei boschi e negli spazi comuni; nei parchi e nelle vie per ragioni estetiche nutritive a disposizione di tutti.

E in un discorso dell’economia reale e finanziaria:

Tradurre gli indicatori dF/dR (tasso di crescita dell’economia finanziaria rispetto a quella reale, ndt) di allarme precoce in azione precoce;

Rallentare l’economia finanziaria, accelerare l’economia reale:

* rallentare l’economia finanziaria: non “salvare” coloro che hanno esteso il credito più di X volte il loro capitale o coloro che hanno contratto debiti più di Y volte la loro capacità di ripagamento.

accelerare l’economia reale: introdurre degli “stimoli” per consentire alla popolazione di accedere ai beni fondamentali a basso prezzo, accrescere il proprio benessere ed entrare nell’economia, e per i beni normali e far crescere l’economia reale dal basso verso l’altro.

Misure difensive quando non si agisce dopo l’allarme precoce:

immagazzinare beni di prima necessit°, produrre cibo, mettere al sicuro gli oggetti finanziari.

Boicottare le peggiori istituzioni di economia finanziaria, promuovere casse di risparmio per prestiti e depositi locali; tasse sulle transazioni finanziarie internazionali; istituire una moneta mondiale mista o sostenuta da una vera tesoreria mondiale.

Misure offensive per delegittimizzare la speculazione

pubblicare i nomi degli acqirenti e dei venditori dei derivati,

* mettere fuori legge le scommesse fatte con i soldi degli altri, senza il loro consenso,

* se la speculazione fallisce, incoraggia suicidi stile casinò Monte Carlo

E in un discorso su natura-lavoro-capitale-tecnologia-amministrazione:

passare dalla dittatura del capitale a un profilo più equilibrato dei vari fattori: Naturismo: migliorare la natura per una maggiore ecostabilità

Lavoro: migliorare la componente umana per una maggiore dignità

Capitalismo: migliorare il capitale, per una crescita del profitto e del credito

Tecnologia: migliorare la tecnologia per indurre maggiore equità

Amministrazione: migliorare l’amministrazione per una maggiore democrazia

Cambiare il ciclo del processo decisionale: il ciclo, non le aziende in uno o tra due nodi, è il luogo del processo decisionale, fissati i vincoli assoluti del sostegno alla natura e agli umani.

Cambiare il modo di produzione cambiando i mezzi di produzione: se vogliamo un altro modo, allora dobbiamo cambiare i mezzi, i fattori. Il progetto di ufficio orizzontale è già una tecnologia che facilita trasparenza ed equità; così pure il dialogo rispetto al dibattito. La cosa più importante è rendere più uguali le sfide e le opportunità lungo il ciclo economico.

Il discorso dei bisogni fondamentali Sopravvivenza-Benessere- Libertà-Identità:

Consapevolezza dei bisogni fondamentali. Gli umani hanno diritti umani che riflettono bisogni di identità e libertà più che bisogni di sopravvivenza e benessere e bisogni spirituali più che somatici; soddisfarli tutti quanti.

Realizzare sorpavvivenza-benessere-identità nelle economie moderne/postmoderne mediante una economia della vita, non della morte, cambiando gli assiomi.

Realizzare libertà nelle economie tradizionali. Unità piccole, orizzontali, ma non necessariamente locali, anche nazionali-regionali-globali; usando Internet.

Il discorso delle scuole Blu-Rosso-Rosa-Verde-Giallo:

La scuola Ecletticaeconomie verdi per i beni di prima necessità, economie nazionali rosa per quelli normali e verde globale per quelli speciali.

Il discorso degli spazi Natura-Umanità-Società-Mondo-Tempo-Cultura

Natura: equilibrio ecologico, creando un beneficio per la natura da ogni patto tra gli esseri umani.

Umanità: bisogni fondamentali, rispettando la formula un’ora = un’ora, indipendentemente dal lavoro svolto perché una vita umana = una vita umana, per dignità ed equità. Il valore di un prodotto è il lavoro umano investito – fondamentale per ogni contabilità economica – quindi un’ora di lavoro umano come unità, anche per la teoria e la pratica dello scambio uguale.

Società: sviluppo, producendo beni di prima necessità e normali, anche per scopi non monetari come produrre soddisfazione, autorealizzazione, legame sociale, non solo per una ricompensa monetaria del lavoro.

Mondo: pace, attraverso il commercio per benefici reciproci ed equi, migliorando i fattori di produzione, l’autosufficienza, i benefici equi internalizzando le esternalità come sfida ed ecostabilità; no Ricardo.

Tempo: sostenibilità, potenziando l’homo faber-ludens-sapiens, facendo leva su tutti gli aspetti degli esseri umani, corpo, mente e spirito.

Cultura: adeguatezza, attraverso il commercio come dialogo culturale, prendendo spunto dalla ricchezza dei modelli occidentale-islamico-buddhista-giapponese-cinese.

Ci sono due assoluti: priorità per le necessità della natura e della riproduzione umana. Per il resto, scegliere con coraggio, eclettismo con coraggio.

 

28 maggio 2012
Traduzione da cura del Centro Sereno Regis
http://serenoregis.org/2012/06/ne-capitalismo-ne-socialismo-eclettismo-johan-galtung/ 
Titolo originale: Neither Capitalism nor Socialism: Eclecticism
http://www.transcend.org/tms/2012/05/neither-capitalism-nor-socialism-eclecticism

Contributo di Arci Servizio Civile

Contributo di Arci Servizio Civile

In questi giorni in cui un sisma, l’ennesimo delle nostra storia, ha colpito varie parti dell’Italia nord-orientale, ancora una volta risulta evidente ed importante quella parolina, Prevenzione, che tanti vantaggi potrebbe portare alle nostre comunità. Prevenzione dei rischi, prevenzione degli infortuni sul lavoro, prevenzione a livello sanitario, prevenzione del disagio sociale, prevenzione in senso lato.

Prevenzione è un concetto indispensabile anche parlando di Pace. Prevenire i conflitti, imparare sin da ragazzi a concepirli, riconoscerli e gestirli attraverso metodi nonviolenti, l’Educazione alla Pace per i singoli, i gruppi, le famiglie, le comunità, risulta essere un passo operativo irrinunciabile, a nostro avviso, per agire la Pace.

Infatti, la società civile organizzata, il terzo settore, i movimenti, oltre ad operare in maniera organica, diretta, mediatica, popolare, di massa, nei momenti “di picco” delle emergenze, dovrebbero incrementare la costruzione quotidiana della Pace tramite azioni che risultano essere determinanti per la sua declinazione pratica.

A questo proposito, il Servizio Civile Nazionale costituisce una rete che da decenni opera nel quotidiano proprio attraverso progetti che declinano la pace con azioni a favore di cittadini singoli, comunità, dell’ambiente, della cultura, in sintesi opera nella difesa nonviolenta della Patria. Ed avvicina cittadini potenzialmente “estranei” o “disinteressati” a questo mondo, spesso per la prima volta. Reputiamo che attraverso il Servizio Civile Nazionale, la sua formazione alla cittadinanza attiva, la promozione della pace con quotidiane azioni di servizio a favore dei più deboli, si sia costituito uno strumento importante per agire la Pace. Uno strumento, una rete in cui circa 20.000 volontari in SCN (50.000 solo alcuni anni fa!), che operano per un anno a favore di centinaia di migliaia di destinatari e beneficiari dei progetti, a tutela del territorio, imparando la prevenzione e la gestione dei conflitti in modo diretto, confrontandosi con problemi, obiettivi, logiche progettuali di ampio respiro, lavorando con vari portatori di interesse, costituiscono un patrimonio indispensabile sia come futuri operatori di pace, che come moltiplicatori di azioni, abbassando il tasso di conflittualità all’interno dei contesti in cui agiscono.

Dunque il contributo del terzo settore alla causa della Pace può venire anche da un servizio civile scelto coscientemente, che aumenti in chi lo svolge (volontari e referenti degli enti) la consapevolezza del ruolo di operatore di pace nel territorio e nella comunità locale, che sia testimonianza di nonviolenza ed azione diretta.

Un servizio civile che, sulla scorta delle campagne che Arci Servizio Civile sostiene, va rilanciato, ampliato, ridefinito nelle sue finalità, al fine di costituire un lungimirante strumento di costruzione della Pace, di educazione e formazione critica, di politiche giovanili e di integrazione anche per i nuovi italiani. Pace dunque non come assenza di guerra, ma come costruzione di capitale sociale, di relazioni, di comunità in cui vivere in maggiore armonia e, non sembrasse utopia, felicità.

Per dirla con Galeano, l’utopia serve a questo, a camminare ed andare avanti.

Contributo ARCI Servizio Civile in formato pdf

Il contributo di Aref International

L’AREF INTERNATIONAL Onlus è una Associazione che opera, sin dalla sua fondazione, a sostegno dei Rifugiati Politici, in particolare offre il suo sostegno ai cittadini di origini tibetane costretti a risiedere in India e Nepal a causa delle difficoltà di rapporti con il governo cinese .

Per questa sua specifica attività è accreditata presso il Governo Tibetano in esilio, con sede a Dharamsala, e riconosciuta da Sua Santità il Dalai Lama. L’Aref si avvale della collaborazione di referenti locali distribuite in varie regioni sia religiose, come Monasteri, Istituti etc. che Istituzionali, come Uffici Governativi, Scuole etc.

Segue, al termine di questo contributo, un Documento di sintesi sulle principali attività dell’Associazione.

AREF International intende partecipare al Gruppo 4 del Forum risposte di Pace: “Come possiamo difendere i Diritti umani nei nostri giorni. Cosa significa scegliere la non violenza per cambiare la Società”.

Nel caso di specie della situazione dei rifugiati Tibetani la cornice di riferimento è nota. Una Nazione storicamente indipendente, con un passato antico che risale al 127 a.C., con uno più recente che la vede invasa nel 1950 dalla R.P. Cinese. Il 10 marzo del 1959 la resistenza tibetana culmina in un’insurrezione, nel corso della quale hanno perso la vita 87.000 persone, nel solo Tibet centrale. il Dalai Lama, i membri del Governo e oltre 80.000 Tibetani sono costretti a fuggire e chiedere asilo politico in India, dove ancora sono costretti a soggiornare senza patria.

Si riportano alcuni dati, a titolo esemplificativo: oltre 6.000 templi e monasteri sono stati razziati e rasi al suolo; il patrimonio artistico e i testi sacri sono stati rubati o distrutti; ad oggi i Tibetani uccisi sono oltre 1.200.000 (1/5 della popolazione); le donne subiscono sterilizzazione forzata e procurati aborti; il Tibet, territorio cuscinetto tra India e Cina, è stato trasformato in una vasta base militare che ospita più di 500.000 soldati cinesi e un quarto della forza missilistica nucleare cinese, valutata in oltre 550 testate; le risorse naturali e la fragile ecologia del Paese stanno per essere irrimediabilmente distrutte da una incontrollata deforestazione per la costruzione di ferrovie di alta quota, impianti idroelettrici e sfruttamento indiscriminato delle risorse. Attualmente in Tibet è vietato professare la propria Religione e nelle Scuole è proibito l’uso della lingua tibetana, parlata e scritta, e le lezioni si svolgono nella lingua dei conquistatori: il mandarino; ogni diritto di dignità e parità è violato senza alcun controllo da parte delle istituzioni internazionali e la tendenza è favorire l’etnia cinese Han rispetto a chi vede scorrere nelle proprie vene sangue tibetano..

Le nazioni Unite hanno approvato 3 risoluzioni sul Tibet (1959, 1961, 1965) per la violazione aperta dei diritti umani, invocando “la cessazione di pratiche che privano il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e libertà, incluso il proprio diritto all’autodeterminazione” senza, come è sotto gli occhi di tutti, conseguenza alcuna per la Cina che prosegue nella sua opera di distruzione di un’intera cultura.

Ad oggi sono solo 6.000 i Tibetani vivono ancora in Tibet. Cercano di resistere al processo inarrestabile di sinizzazione e al “genocidio per diluizione” in corso. Mentre la diaspora tibetana conta circa 150.000 profughi, di cui oltre 100.000 in India, Nepal, Bhutan, Sikkim, dove i Rifugiati vivono in 58 insediamenti, voluti dal Dalai Lama: i Tibetan Settlements.

I Tibetani chiedono giustizia. Domandano di poter rientrare in una Patria Libera, dove mantenere la propria identità linguistica, religiosa, storica e culturale. Reclamano la fine del genocidio in atto e, in Esilio, cercano di mantenere con coraggio e con tenacia le proprie radici, stretti intorno alla propria cultura di provenienza.

AREF International ha scelto di seguire una politica di sostegno ai Tibetani “fuori dal Tibet” e di dare il proprio contributo affinché le tradizioni linguistiche e del ricco patrimonio culturale di questo Paese possano essere mantenute in vita, perché il rischio di cederle scomparire per sempre è molto alto. Per questo, almeno due volte l’anno si reca presso il Governo in Esilio dove svolge la propria attività, per verificare il buon andamento del proprio lavoro e raccogliere il manifestarsi di nuove esigenze. Questi viaggi Istituzionali consentono ai sostenitori e soci di monitorare l’efficacia del proprio impegno in maniera diretta, senza mediazione.

Tra le azioni che svolge possiamo enumerare:

Sostegno a Distanza (SAD) di: monaci e laici, di ogni età.

Sostegno a Iniziative Territoriali Locali (ITL) capaci di auto mantenimento e sviluppo: Scuole, Istituzioni, Monasteri, Progetti Editoriali

Promozione e Sviluppo Sociale: sul nostro territorio con la realizzazione di Mostre ed Eventi, per promuovere progetti che hanno l’intento di conoscere tale realtà nel nostro Paese in particolar modo all’interno delle nostre strutture di istruzione.

Azione politica e di Intervento: Organizzazione di Manifestazioni, Eventi, Petizioni, Raccolta firme, Partecipazione a Eventi Nazionali e Internazionali di sostegno alla causa del Tibet. Queste ultime due, in particolare, rappresentano la nostra risposta al primo dei due quesiti del Gruppo di Lavoro.

Pensiamo, che un miglioramento della qualità della vita per le persone e la possibilità di rispettare e mantenere vive le proprie radici – essendone pienamente consapevoli – possa essere una delle modalità per difendere i diritti umani, a partire proprio da chi ha visto questi diritti violati e offesi.

La risposta al secondo quesito è, in pratica, implicita nella solidarietà dell’Associazione AREF International alla Leadeship del popolo Tibetano. Sia nel suo ramo religioso, che in quello temporale. A tale proposito si ribadisce quanto Sua Santità il Dalai Lama abbia, per oltre 50 anni, promosso e difeso strenuamente la possibilità di una soluzione “pacifica” all’iniqua occupazione del suo Paese, ottenendo per questo il Nobel per la Pace. Lo stesso Kalon Tripa (Primo Ministro) Lobsang Sangay – che ha prestato giuramento ad agosto 2011, accettando di assumere il potere politico sino a quel momento ricoperto dal Dalai Lama – è un fautore della “Via di Mezzo”, quella che auspica il raggiungimento di una genuina autonomia e rispetto dei diritti umani per il suo Paese senza ricorrere alla violenza.

Dal nostro punto di vista quindi, pur riconoscendo l’esasperata e ben comprensibile scelta di chi combatte, in modo più radicale, per una piena Indipendenza dal Governo di Pechino, riteniamo che scegliere la “non violenza” per produrre un auspicabile cambiamento possa, nel lungo termine, produrre non solo il raggiungimento dell’obiettivo ma anche la trasformazione delle ideologie e delle logiche competitive che producono la violenza, la guerra e la sopraffazione da parte di chi ha solo maggior potere militare o economico.

Il contributo di Aref International – Gruppo 4 con dettagli attività e finalità, in formato pdf

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