Giustizia e Pace al tempo delle Crisi – Forum Nazionale per la Pace – 8/10 giugno 2012 – Roma

Un nuovo impegno per il disarmo

i dati del riarmo

Secondo i dati del SIPRI, la più autorevole agenzia di monitoraggio delle spese militari globali, nel 1988, anno che precede l’abbattimento del “muro di Berlino”, gli USA la principale potenza mondiale, avevano una spesa militare di 540 miliardi di dollari (calcolati in dollari costanti 2010).

Era il picco di spesa dell’epoca della “corsa agli armamenti” in quell'”equilibrio del terrore” con l’URSS (che contemporaneamente spendeva 330 mld di dollari), nei confronti della quale, lungo tutti gli anni ’80, si sviluppa un imponente Movimento per il disarmo negli USA, in Europa, in Italia.

La fine del mondo bipolare, con le rivoluzioni nonviolente nei paesi del blocco sovietico, aprono un nuovo scenario storico che – nonostante le guerre nel Golfo Persico e nella ex Jugoslavia – in un primo tempo sembra portare ad una sorta di “dividendo di pace” che riduce le spese militari globali: nel 1998 la Russia “crolla” a 20 mld di dollari; nel 1999 gli Usa spendono “appena” 367 mld di dollari.

Poi, dopo l’11 settembre 2001, la corsa globale agli armamenti riprende con un ritmo vortiginoso: negli USA nel 2011 raggiunge la cifra di 711 mld di dollari (+ 30 % rispetto al 1988) ossia il 41% della spesa globale; nello stesso anno in Russia sale a 72 mld di dollari; si registra un grande balzo in avanti della Cina che raggiunge i 143 mld di dollari; l’Italia mantiene i suoi 34,5 mld di dollari (equivalenti a 26 mld di euro); la spesa militare globale raggiunge la cifra stratosferica di 1.740 mld di dollari, mai raggiunta nella storia dell’umanità. Eppure il tema del disarmo è il grande rimosso di questo passaggio storico, uscito dall’agenda politica e dall”orizzonte culturale.

 

il ripudio della Costituzione

Il nostro Paese è stabilmente, da molti anni, tra le prime dieci potenze militari e da vent’anni è consecutivamente impegnato in guerre nei vari scenari internazionali, alla “difesa” o meglio conquista dei cosiddetti “interessi nazionali” , spacciate per ossimoriche “missioni di pace”. E’ l’applicazione del cosiddetto “nuovo modello di difesa”, che “giustifica”, tra le altre cose, anche l’acquisto dei cacciabombardieri f-35, in pieno contrasto anche con il sistema normativo italiano.

La Costituzione italiana si occupa dei temi della difesa in due articoli.

Il primo, l’art. 11, è uno dei dodici “principi fondamentali”, cioè l’architrave del nostro Patto di cittadinanza, nel quale si “ripudia la guerra” non solo “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, ma anche come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questo articolo fondamentale, unico luogo della Costituzione nel quale si usa la forza del verbo ripudiare, è la negazione della tradizione politica della “ragion di Stato”, della politica intesa come “fine che giustifica i mezzi”, aprendo e orientando contemporaneamente alla ricerca di “strumenti” e “mezzi” alternativi alla guerra.

Il secondo, l’art. 52, afferma solennemente che “la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino” e aggiunge che “il servizio militare è obbligatorio nei limiti e nei modi stabiliti dalla legge”. La Corte Costituzionale già nel 1985, sulla spinta del movimento degli obiettori di coscienza, aveva sentenziato che l’art. 52 va letto e interpretato scindendo il primo dal secondo comma, perché la difesa della Patria è un dovere per tutti i cittadini, non solo degli abili ed arruolati alle forze armate. Il secondo comma – che oggi vede comunque “sospesa” l’obbligatorietà del servizio militare – si riferisce pertanto ad una modalità di difesa della Patria, quella armata, accanto alla quale ce n’è un’altra: quella disarmata.

In riferimento a questi articoli costituzionali, la legge istitutiva del Servizio Civile Nazionale n.64/2001 indica come primo tra i “principi e finalità” il “concorrere, in alternativa al servizio militare, alla difesa della Patria con mezzi e attività non militari”. Ossia pone le basi per quella difesa disarmata, “mezzo” e “strumento” coerente con il costituzionale “ripudio della guerra”. Certo concorrere significa “correre con” correre insieme, ma può anche significare “in concorrenza” al servizio militare. Senonché questa concorrenza è del tutto sleale: per l’anno in corso di servizio civile, per ventimila volontari “difensori civili della Patria”, sono stati spesi 68 milioni di euro, meno della metà del costo medio di un solo caccia f-35, calcolato in circa 150 milioni di euro, del quale si prevede l’acquisto di minimo 90 esemplari. 90 colpi al precario bilancio dello Stato ed alla sempre più (essa si) ripudiata Costituzione italiana.

 

il disarmo culturale

Come le generazioni che, a partire da Pietro Pinna, hanno conquistato il diritto all’obiezione di coscienza ed al servizio civile alternativo, così la generazione attuale ha il compito di conquistare il diritto alla difesa alternativa della Patria. Che passa necessariamente attraverso il disarmo e la riconversione di risorse dalla difesa fondata sullo “strumento” e “mezzo” della guerra a quella fondata sul “metodo” (Capitini) della nonviolenza. Il compito di un cambiamento di paradigma, ossia di una rivoluzione, contemporaneamente, costituzionale e nonviolenta.

Si tratta di una rivoluzione che, per essere efficace, deve consapevolmente puntare a decostruire, disarmare, il livello più profondo – il terzo livello di profondità – quello che Johan Galtung chiama il “potere culturale”, cioè la dimensione simbolica della violenza che tutti danno per scontata, sulla quale è costruito e reso accettabile il secondo livello, cioè la struttura militare-industriale-commerciale-mediatica del sistema di “difesa” fondato sulle forze armate e, infine, il primo livello, quello della guerra vera e propria agita direttamente sul bilancio pubblico, da un lato, e sui molteplici teatri internazionali, dall’Afghanistan alla Libia, dall’altro.

Quanto sia profondo questo livello culturale e quanto sia gravoso, ma necesario, il compito da assumersi lo capiamo da queste parole del sociologo Ekkeart Krippendorff: “esistono Stati con o senza partiti, parlamenti, costituzioni scritte, tribunali indipendenti, con o senza presidenti, banche centrali, chiese di Stato, moneta propria, lingue nazionali e così via, ma tutti hanno le loro forze armate. Globalmente considerati, tutti gli Stati spendono per le forze armate più che per l’educazione e la salute dei loro cittadini. (…). Dall’altro lato, proprio questa istituzione con le sue guerre, di cui soltanto nell’ultimo secolo sono cadute vittime milioni e milioni di persone, per tacere del numero molto più grande delle persone cacciate dalle loro terra e di quelle ridotte alla fame dalle conseguenze della guerra, riceve da parte delle scienze sociali un’attenzione relativamente modesta, e nella stampa e nell’opinione pubblica l’istituzione militare viene trattata solo come uno dei tanti temi. L’istituzione militare non viene però vista come uno dei tanti organi dello Stato, bensì come quello addirittura più ovvio tra di essi…” (L’arte di non essere governati, 2003).

 

difendere la Patria dalla vere minacce

Le forze armate non sono solo uno strumento di guerra potenziale, che diventa attuale esclusivamente quando entrano in azione. Esse sono strumento e mezzo di guerra in atto anche quando le armi non sparano, perché la quantità enorme di risorse pubbliche che vengono destinate alle spese militari, alla preparazione della guerra contro minacce ipotetiche o pretestuose, lasciano senza difesa la Patria rispetto alle reali minacce alle quali sono gravemente sottoposti tutti i cittadini, sul proprio territorio, nella propria comuniutà nazionale: le mafie, la disoccupazione e la precarietà del lavoro, la povertà e l’analfabetismo, i terremoti e i disastri idro-geologici…

Ripudiare davvero la guerra, avviare un serio disarmo e la riconversione economica dalla difesa militare alla difesa civile, significa dunque difendere davvero la Patria, rispettare la Costituzione e trovare le risorse per i “principi fondamentali” sanciti nei primi dieci articoli: il lavoro, la solidarietà, l’uguaglianza, la cultura, la difesa del patrimonio naturale e cosi via.

Oltre a ciò, ripudiare davvero la guerra significa anche liberare energie e risorse per costruire un mezzo differerente per la risoluzione dei conflitti interni e internazionali: i corpi civili di pace, capaci di intervenire prima della degenerazione violenta dei conflitti con gli strumenti della prevenzione, durante con l’arte della mediazione e dopo con i processi di riconciliazione.

Significa, inoltre, aprire la strada al cambiamento dei principali paradigmi culturali e formativi, attivando così anche una retroazione positiva sul piano del disarmo culturale, per esempio nei campi della storiografia e della pedagogia. Nel primo caso avviando una rilettura delle vicende storiche, attraverso narrazioni capaci di uscire dalla retorica o dal mito della “violenza levatrice della storia”, riconoscendo il giusto peso e valore a tutte le azioni che hanno prevenuto, o risolto i conflitti, o resistito ad un oppressore in maniera disarmata, civile o nonviolenta. Nel secondo caso impostando una formazione capace di educare alla trasformazione nonviolenta dei conflitti, per aiutare i più giovani a sviluppare quelle competenze teoriche ed esperienziali necessare per vivere nel tempo della complessità e della convivenza delle differenze. La più lungimirante difesa della Patria.

Pasquale Pugliese
Segreteria nazionale del
Movimento Nonviolento

Il contributo di Pasquale Pugliese in formato pdf

 

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