Giustizia e Pace al tempo delle Crisi – Forum Nazionale per la Pace – 8/10 giugno 2012 – Roma

Un contributo dalla “Fucina per la Nonviolenza” di Firenze
di Alberto L’Abate e Teresa Barbagli
Prima di partire per Roma io e Alberto, fondatore della Fucina, ci siamo sentiti telefonicamente per cercare di capire quale poteva essere, tra le 7 domande proposte dal Forum , quella a cui rispondere ?
Insieme abbiamo deciso che la prima domanda sul cosa vuol dire oggi costruire la pace ? Mentre la crisi finanziaria, sociale, politica, economica, ambientale e morale impazzano? Era  tra tutte le altre  quella che  dava più spazio al nostro modo di vedere la pace.
Insieme ci siamo trovati d’accordo nel ritenere che costruire la pace oggi significa innanzitutto partire dal basso, dal sé, lavorando su noi stessi.
Nel suo libro, ancora in fase di conclusione, Alberto scrive che per avere un mondo in cui le guerre siano un ricordo del passato è necessario che l’essere umano cominci a prendere coscienza che la guerra, come l’ingiustizia, non sono fenomeni necessari e naturali, e che, come l’uomo le ha inventate, può anche inventare il loro superamento.
Personalmente credo nella necessità di un continuo lavoro su di noi perché per costruire la pace c’è bisogno  di  persone che si dedicano concretamente, in un modo o nell’altro, alla creazione di un mondo più vivibile, che partecipano alla vita del pianeta in cui viviamo attraverso pratiche di consumo responsabile e azioni sensibili, in direzione di uno stile di vita più sano e consapevole. Tutto questo presuppone che si debba partire innanzitutto da noi attraverso un diverso modo di agire e di pensare.
A questo proposito si rende necessario agire e pensare in modo olistico, il che significa  per noi  impegnarci concretamente nei confronti dell’ambiente che ci circonda. Pensare in maniera olistica significa riconoscere che nel mondo tutto è collegato. Il paradigma olistico è un gioco circolare di conoscenza: conoscere se stessi rappresenta la chiave per la conoscenza della grande vita di cui siamo parte integrante. La coscienza globale di sé si riflette nella coscienza globale del pianeta, per cambiare la coscienza del mondo dobbiamo iniziare a cambiare la coscienza di noi stessi.
Estratto da ” La Pedagogia degli Oppressi” di  Paulo Freire : “Il vero aiuto da dare all’uomo consiste nell’aiutarlo ad aiutare se stesso, nel farlo agente del suo stesso recupero, nel collocarlo in una posizione critica di fronte ai suoi problemi.”
Alberto sostiene che solo attraverso un processo di coscientizzazione,di presa di coscienza dei conflitti,anche di quelli latenti si può avviare un processo di trasformazione della realtà nel senso desiderato.
Ma il problema dei movimenti che desiderano una società più pacifica , un’economia etica,
 uno sviluppo ecosostenibile ,un’umanità più consapevole, è quello della loro frammentazione :
essi sono divisi in miriadi di associazioni che – pur con finalità simili – si muovono in modo disorganico e con un basso livello di comunicazione e sinergia collettiva,  perdendo così rilevanza sociale e politica, e riducendo il potere di influire sul futuro planetario.
Dal capitolo sul  “ Che fare?” L’Abate,  (prendendo spunto da una frase di Alex Langer: ” Contro la guerra cambia la vita”) dice  che: “….  i movimenti che lottano contro la guerra, quelli che si occupano della difesa dall’ambiente, e per lo sviluppo di forme di economia alternativa, quelli che cercano di aiutare i popoli del terzo mondo ad uscire dalla loro miseria, ma anche dalla loro dipendenza, ed infine i movimenti femminili che operano per migliorare le condizioni di vita delle donne, che sono, spesso, le prime vittime delle guerre e della miseria, comincino a superare il loro settorialismo ed a lavorare insieme, non per dar vita ad una unica struttura organizzativa, che sarebbe un obbrobrio mastodontico e burocratico, ma per cominciare ad accordare i propri obbiettivi e le loro strategie dato che c’è un legame strettissimo tra questi diversi aspetti del vivere sociale.”
Concludendo questa interessante conversazione tra me e Alberto ci salutiamo ed io penso a Gandhi al suo  pensiero che si basa su tre punti fondamentali:
  1. Autodeterminazione dei popoli : Gandhi riteneva fondamentale il fatto che gli indiani potessero decidere come governare il loro paese, perché la miseria nella quale si trovava dipendeva dallo sfruttamento delle risorse da parte dei colonizzatori britannici.
  2. Nonviolenza : è necessario precisare che tale precetto non si ferma ad una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma possiede in sé la carica positiva della benevolenza universale e diventa l’”amore puro” comandato dai sacri testi dell’Induismo, dai Vangeli e dal Corano. La nonviolenza è quindi un imperativo religioso prima che un principio dell’azione politico-sociale . Il Mahatma rifiuta la violenza come strategia di lotta in quanto la violenza suscita solamente altra violenza. La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con il male,… portato a sistema, non con chi fa il male”
  3. Tolleranza religiosa : ”… il mio più intimo desiderio” dice Ghandhi “… è di realizzare la fratellanza … tra tutti gli uomini, indù, musulmani, cristiani, parsi e ebrei”. Gandhi sognava la convivenza pacifica e rispettosa dei tantissimi gruppi etnici e delle diverse professioni religiose presenti in India.
Da questi tre principi possiamo ribadire ancora una volta l’importanza di una presa di coscienza da parte di tutti, della propria vita e delle proprie decisioni ma ancora di più del proprio potere!Un potere che può diventare” massa critica” se siamo uniti collettivamente nel perseguire i nostri ideali.
 Teresa Barbagli

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