Giustizia e Pace al tempo delle Crisi – Forum Nazionale per la Pace – 8/10 giugno 2012 – Roma

7) Come rispondiamo alle crisi internazionali mentre ci si preoccupa solo di quelle interne? Che fine sta facendo la solidarietà internazionale? Come si rifonda l’impegno per la pace dell’Italia?

Veniamo a parlare di “Giustizia e pace al tempo della crisi” sì,  ma non possiamo dimenticare che il deficit di giustizia e di pace, a livello internazionale, purtroppo lo attraversa il tempo della crisi, lo anticipa e, quasi certamente, lo seguirà.
Malgrado ciò non si può non agire. Proprio per questo né io personalmente, né l’Associazione che rappresento, amiamo essere definiti “pacifisti”, quanto piuttosto “attivisti per la pace”, dato che ogni nostra attività è un “agire”.
Nella regione del mondo alla quale dedichiamo in modo peculiare il nostro lavoro, cioè la Palestina,   agire significa sostenere la resistenza all’ingiustizia e alla violenza quotidiana che non trova sanzioni e che, quindi, impunita, si perpetua. Non trova sanzioni perché troppi interessi vanno a intrecciarsi con la violazione dei diritti umani, favorendo un circolo vizioso che indebolisce i principi di democrazia, rendendoli enunciazioni vuote e in contrasto con la realtà vissuta fatta di soprusi, violenza e umiliazioni. E ciò che è parimenti grave è che questa assenza di sanzioni affievolisce la percezione delle lesioni alla democrazia anche nei paesi non interessati, almeno non direttamente, alle violazioni stesse.
Dato che la politica nazionale può essere virtuosa o viziosa anche in funzione al suo rapportarsi alle cause straniere, e dato che la finanza globale incide sulle scelte politiche, basta un occhio appena appena attento per vedere che da decenni si pratica la falsificazione del concetto di legalità, che a ben guardare si discosta troppo spesso da quello di legittimità, unica garanzia perché la legalità rappresenti un ostacolo alla sopraffazione.
Se puntiamo il focus sul nostro paese è facile constatare che, mentre si sostengono spese militari scandalose, la crisi economica e finanziaria diventa alibi e bavaglio contro qualunque richiesta di giustizia sociale.
Com’è possibile che questo avvenga suscitando come risposta solo un diffuso malcontento o poco più di un borbottio da bar?  A mio avviso è possibile perché il dominio dell’informazione porta all’ottundimento della consapevolezza.
Vero è che l’articolo 21 della nostra Costituzione vieta ogni forma di censura, ma l’autocensura non è contemplata, e basta mettere a confronto fonti originarie e articoli di stampa o tv per capire che la manipolazione – fatta di giusta miscela tra il detto, il non detto e il detto male – è l’alleato più importante per l’addomesticamento dell’opinione pubblica.   
Quanti italiani sanno che il nostro paese sostiene spese per finanziare la ricerca – cosiddetta – scientifica di paesi in armi, tra cui Israele, che la ricerca scientifica ha saputo brillantemente applicarla alla produzione di strumenti bellici raffinatissimi ?  Quanti italiani sanno che questo è una violazione al principio contenuto nell’art. 11 della Costituzione?
Così, in modo poco appariscente, si sostengono le guerre invece che sostenere quei “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” enunciati nell’art. 2 della Costituzione. Non solo, ma dirottando i fondi verso questi paesi si vìola, oltre allo spirito dell’art. 11,  anche l’art. 4 della Costituzione perché non si promuovono “le condizioni che rendono effettivo” il diritto al lavoro.
A noi cittadini vengono chiesti gli euro di solidarietà per aiutare le vittime di qualche calamità, dopo che i nostri “euri”, prelevati dalle imposte,  sono stati tutti usati… in armi. Possiamo dire che l’ode aperta alla guerra è stata sostituita  da una cultura bellicista subdola e ancor più pericolosa, e sarebbe opportuno portare a riflettere sul fatto che la distruzione dello stato sociale è già di per sé cultura bellicista perché sostituisce la solidarietà con la competizione. E in tutto questo, venendo meno la solidarietà nazionale, a maggior ragione viene meno anche quella internazionale, confusa mediaticamente con melense quanto ipocrite beneficenze di massa.
Ma allora, come rifondare l’impegno per la pace dell’Italia? Intanto, considerando che ovunque esistano armati e inermi in conflitto tra loro, la disparità non può che essere violenza e, più in generale, violazione continua dei diritti umani; quindi foraggiare la parte armata non può MAI, in nessun caso, essere spacciato per percorso di pace.
Partendo dall’affermazione ormai indiscutibile che non c’è pace senza giustizia, si tratta di capire come, con quali mezzi non violenti, si può far rientrare nell’alveo della  giustizia chi ha la forza e l’arroganza per ignorarla. Prendendo a paradigma la regione in cui noi operiamo e le violazioni del diritto universale e della legalità internazionale che da decenni vengono impunemente commesse, possiamo dire che una soluzione giusta sarebbe un’indicazione positiva per il mondo, così come il sostegno attuale al governo di Israele rappresenta l’esatto contrario. Farsi protagonisti della solidarietà, affinché si interrompano gli abusi, è la strada che porta dalle parole di pace alle azioni di pace.
Ma oltre il caso specifico, come rifondare l’impegno per la pace in senso più ampio? Non può essere un dovere, per chi non lo sente già come tale, non funzionerebbe. Un obiettivo che insieme dovremmo raggiungere, a mio avviso, sarebbe quello di “affascinare alla pace”.  La pace nella giustizia, non come compito da eseguire, ma come  passione da trasmettere. Essere affascinati dall’agire per la pace sarebbe una anticorpo tanto potente da sconfiggere ogni virus proveniente dalle emanazioni funeste di Fmi, Fr, Bce e simili.
                                        Patrizia Cecconi
                                            Presidente
                    Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese

Contributo Patrizia Cecconi – Amici della Mezzaluna Rossa Palestinese in formato pdf

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